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Buongiorno e bentornati.

Cifra interessante per il Lunedì Desueto di oggi che ci porta alla venticinquesima combinazione parola-racconto. Oggi abbiamo a che fare con la parola Cianca, come sempre fornitami dall’inesauribile vocabolario di “una parola desueta al giorno“, che non posso che ringraziare ulteriormente, perché se questo blog è diventato quel che è e se continua a crescere, questa rubrica che vede la nostra collaborazione lo equipaggia di una marcia in più.

Ma ora bando alle ciance e passiamo alla definizione:

Cianca
[ciàn-ca] s.f. (pl. -che)
region.
• Gamba, in partic. se difettosa, instabile, zoppa

Ed ora via verso il racconto:

Cianca

«Papà! Papà! Guarda che buffo!»
Al parco, in una mattina di Domenica piuttosto soleggiata, un bambino incredibilmente bello indicava al padre qualcosa in lontananza. I suoi capelli neri facevano risaltare gli occhi verde foresta, e l’incarnato candido si tingeva di un rosa innocente sulle guance.
«Cosa, Michele?», domandò l’uomo che gli stava accanto.
«Quell’albero lì, lo vedi? È brutto, sembra una signora con le gambe storte! Due cianche instabili e rinsecchite, è proprio buffo! Anzi buffa, perché è un albero femmina. E se fossi un albero maschio non mi sposerei mai con lei, no no. Sceglierei una bell’alberessa, come quella li giù! Andiamo papà?»
Il genitore sorrise a quelle parole, e rimase un po’ sorpreso del fatto che suo figlio conoscesse la parola “cianca”. Non era una parola che si utilizzava tanto spesso, eppure suo figlio l’aveva pronunciata senza nessuna esitazione. Tuttavia questa riflessione lessicale gli fece tralasciare il resto del discorso, ma la mano di suo figlio che gli tirava la giacca lo riportò alla realtà.
Si mise così a seguire il piccolo Michele fino ad un’enorme albero che con la sua maestosità sembrava coprire il cielo. Né lui, né suo figlio poterono resistere al fascino di quelle fronde così fitte e resistenti, tanto che per alcuni minuti restarono in silenziosa contemplazione.
Quando poi fu ora di andare via, i due si incamminarono, salirono quindi in macchina e non pensarono più all’accaduto, pensando solamente a godere di quelle ultime ore insieme che sarebbero dovute bastar loro fino al mese successivo.

«Guarda papà! Guarda quegli alberi!»
Calliope indicava con entusiasmo due alberi che sembravano esser stati fusi insieme dalla clemenza della Natura. Con un po’ di fantasia, ma neanche troppa, si sarebbero potute riconoscere in loro le figure di due innamorati stretti in un abbraccio. E in quell’abbraccio, l’uomo sosteneva la donna malferma sulle gambe, che gli rivolgeva uno sguardo d’amore così intenso da far piangere un poeta.
E quando vide questa meraviglia, Michele non poté trattenere le lacrime. Quello era il parco in cui lo portava suo padre quando sua madre glielo faceva incontrare, ed ora lui ci aveva portato sua figlia, vittima della sua stessa triste sorte.
Prima che questa lo richiamasse, aveva fissato la sua attenzione su quell’enorme albero che da bambino aveva tanto ammirato. Da molti anni non si recava in quel parco, ma quell’albero era rimasto sempre lo stesso.
La stessa cosa, però, non si sarebbe potuta dire dell’albero dalle gambe storte. Qualcosa era accaduto, e l’amore aveva vinto sull’aspetto. Un altro albero si stringeva a quella figura, che ora non era più brutta, bensì meravigliosa. Era intrisa di una bellezza più che pura, una bellezza data da qualcosa di interiore.
«Sì, amore mio», disse allora Michele a sua figlia. «Sono davvero bellissimi. Guarda come sono innamorati, come si abbracciano, e ricorda così anche me e la mamma.»

Bene, anche per oggi il Lunedì Desueto è giunto al termine. Spero sempre di fare cosa gradita nel proporvi questi miei piccoli racconti, e come sempre non vedo l’ora di sapere cosa ne pensate. Per cui, vi attendo nei commenti e

Alla prossima!

NeriFondiSigillo

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