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Buongiorno e bentornati!

Oggi il Lunedì Desueto, come sempre in collaborazione con “Una parola desueta al giorno“, si basa sulla parola Lacerto, di cui vado subito ad illustrarvi il significato:

Lacerto

[la-cèr-to] s.m.

1 lett. Muscolo; estens. brandello di carne
2 fig. Frammento, brano, spezzone: del libro sono rimasti solo pochi l.
3 Scombro

Ed ora passiamo subito al breve racconto che, come sempre, accompagna la definizione!

Lacerto

Il petto mi faceva un male dannato, e se ci ripenso mi fa ancora male! Dannazione! Ah, ma perché continuo ad imprecare? Non dovrei, per l’abito che vesto. Eppure non ne posso fare a meno, che il Signore mi perdoni, ma questo dolore è insopportabile, ora come allora.
Non erano giorni, non erano mesi, e nemmeno anni. Eravamo nell’ordine dei lustri. Quattro, ben dieci lustri della mia vita avevo dedicato alla cura di quel mio corpo al di fuori di me stesso, quella dimora eterna della mia anima.
Sì, che le maledizioni scendano pure su di me! Non c’è paradiso e non c’è inferno. C’è solo memoria. La memoria è l’unica via per l’eternità. Sono le persone che ti accolgono nel loro abbraccio, non Dio, e per questo ho speso la mia intera esistenza nel creare quel mio corpo d’eternità, quel mio strumento di memoria.
E ora, da dieci anni non esiste più… Io ne ho ottanta, mentre scrivo queste parole, e piango disperato, perché il corpo mi è stato strappato via. Sono trascorsi dieci anni, come ho detto, e da allora ho la consapevolezza che

[…] nos ubi decidimus
quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus,
pulvis et umbra sumus.

Non siamo che polvere ed ombra. Ed ho tentato, ho tentato di costruire per me un corpo che fosse eterno, che rimanesse per sempre nelle menti e nei cuori della gente in cui, come un’essenza panteista, sarei potuto sopravvivere per sempre.
E dieci lustri m’ha sottratto dalla vita questo progetto immenso, forse empio e forse no, di cui mi faccio immenso vanto e rammarico infinito. E l’intera vita mi ha portato via. Per niente, perché ora non c’è più.
Sento il soffio vitale che mi abbandona, ed ora più che mai ho paura. Io, che non ebbi mai paura della morte. Io che la inseguivo, perché sapevo che mi avrebbe condotto all’eternità, nei cuori e nelle menti.
Sento che qualcosa cede, il mio cuore speranzoso dimentica di battere, mentre stringo in mano questo lacerto del libro che con tanta cura scrissi per cinquant’anni. Questo lacerto, sì, è la parola giusta. Unico frammento che sono riuscito a strappare alle fiamme, alle quali il mio superiore aveva regalato le mie pagine sofferte.
Un lacerto. Unico frammento del mio libro, unico brandello intatto della mia carne.

Qui abbandona il mondo Geoffrey Philip David Oldfury, Terzo Conte di Thesbury, noto a tutti come Frate Orazio, lasciando del suo passaggio soltanto questa missiva senza destinatario, e un lacerto di se stesso.

Bene, questo era il mio racconto di oggi. Spero che vi sia piaciuto e che vi abbia fatto riflettere un po’, perché questo era l’intento.
Come sempre vi ringrazio per l’attenzione, e aspetto i vostri commenti, che mi consentono di migliorare giorno dopo giorno.

Alla prossima.

NeriFondiSigillo

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