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Sono stato fuori dall’Italia per alcuni giorni, ma al mio ritorno ho trovato tra i feed numerosi post che facevano riferimento all’articolo scritto da Marco Lodoli per Repubblica, intitolato “Addio alla cultura umanista. Per i ragazzi non ha più senso.”, che potete leggere cliccando proprio sul titolo.
Riassumendo, per chi volesse solamente un’infarinatura, l’articolo parte con la dichiarazione di un’insegnante riportata dall’autore, nella quale questa si lamenta, sull’orlo delle lacrime, di essere quasi un fantasma agli occhi della sua classe, che quando comincia le sue lezioni nessuno l’ascolta e via dicendo; il tutto prosegue con un’analisi molto approssimativa del ragazzo medio dei giorni nostri, arrivando infine ad una conclusione disfattista degna del migliore degli eroi romantici nel pieno della disperazione drammatica.

Ma procediamo con ordine. Seguirò l’andamento dell’articolo di Lodoli, ed esporrò il mio pensiero passo passo, aiutandomi con citazioni dall’articolo stesso, perché, devo dirlo, sembra proprio un articolo scritto con l’unico intento di far parlare le persone, tanto le cose che vengono dette sono campate per aria. O meglio, più che campate per aria sono incomplete nella loro trattazione, in quanto di esse viene estrapolata solo la parte che interessa all’autore, mentre la controparte viene accuratamente tralasciata.

Cominciamo.

Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta, ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato e educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell’uomo, alle sue domande, ai suoi timori.

Questa è la prima frase che mi ha fatto riflettere, subito dopo il piagnisteo della professoressa sopracitata, perché per quanto ad una prima lettura possa apparire anche veritiera, questa riflessione presenta un’infinità di sfumature che non sono state considerate nell’intero articolo.
In tutto l’elaborato, infatti, si prendono i ragazzi, gli alunni, i giovani, chiamateli come preferite, come esempio e come perno del discorso, ma non si fa mai riferimento al fatto che per apprendere davvero bisogna essere in due, soprattutto in ambito scolastico (ma anche in ambito generale), e l’altro capo della coppia che crea l’apprendimento è l’insegnante.

Ora, dico io, è mai passato per il cervello a qualcuno il fatto che gli insegnanti possano essere “antichi”?

Lo so, qui ora potrebbero scatenarsi mille polemiche sulle metodologie didattiche, sul fatto che per anni e secoli si è usato lo stesso metodo di insegnamento (che poi vorrei davvero vedere se è così), ed altre mille cose simili, ma il fatto fondamentale è che, generalizzando spudoratamente, mancano i punti di contatto tra gli insegnanti e gli alunni. Non c’è più scambio tra le due parti, non c’è coinvolgimento, ed a maggior ragione in un mondo in cui ci sono milioni di led e pixel che tentano ogni secondo di attrarre le menti dei giovani, un insegnante che si comporti esattamente a questo modo sarebbe l’ideale.

Perché i ragazzi guardano troppi schermi ed ascoltano troppo poco gli insegnanti? Forse per un’eccessiva induzione mediatica, anzi, certamente, ma anche a causa di un “esercito dei docenti” poco disposto (fatte le dovute e doverose eccezioni) a diventare interessante per i propri allievi. Sì, interessante, perché non c’è alcun tipo di cultura che possa sopravvivere senza l’interesse, senza il coinvolgimento e la passione.

Ma cosa vuol dire essere interessante?

Vuol dire far piacere agli altri quello che gli si deve – e soprattutto gli si VUOLE – trasmettere! Perché non serve a nulla spiegare Catullo come se fosse solo un tale morto tanti anni addietro, non ha alcun senso! Bisogna vivere quello che si spiega, amarlo in prima linea e trasmetterlo agli altri, averne passione, e nel caso preso in esempio far capire agli alunni che a chiunque di loro potrà capitare di incontrare una Clodia (o un Clodio!), e che le riflessioni che Catullo riporta nelle sue poesie non sono altro che spremute di cuore!
E se passiamo dalla letteratura alla storia, per esempio, a chi interessa imparare a memoria centinaia di nomi e date senza avere la minima idea di cosa sia realmente successo in questa battaglia piuttosto che in un’altra? Perché invece non si concede un piccolo spazio di coinvolgimento a determinati avvenimenti, raccontando per esempio quanto i guerrieri guidati da Leonida siano stati eroici nel tenere le Termopili contro gli Immortali di Serse, e come solo il tradimento di Efialte, roso nell’orgoglio, abbia potuto causare la loro sconfitta? Perché non si trasmette amore anziché freddezza?

È chiaro che da qualche parte, in un eccellente liceo classico, esiste e resiste un ragazzo che legge Platone, scrive sonetti, suona il violino e studia la pittura di Raffaello, la vita per fortuna si diversifica per avanzare. Ma per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro Paese non significa più niente.

Ecco un’altra frase che mi ha lasciato senza parole, emblema di quel “qualcosa” che non funziona nei nostri (nostri?) metodi di insegnamento, anzi, nel nostro modo di vedere l’insegnamento.
È chiaro, infatti, che un ragazzo come quello che viene descritto in questo stralcio, non avrà granché bisogno di essere spronato dal suo insegnante, in quanto già dentro sé cova la passione per la cultura. Ma non tutti nascono con la scienza infusa, mannaggia! L’amore per la cultura è qualcosa che va insegnato, e questo è il compito, MAI INGRATO, di un insegnante! È facile dire a un Claudio Arrau di suonare il pianoforte, ma di persone come lui ne nascono una ogni tanto. Quello che è difficile, invece, è far amare il pianoforte a chi ci vede solo un pezzo di legno con dei tasti, arrivare a fargli capire l’anima di quello strumento e portarlo a suonare dei pezzi. Poi potrà anche non diventare mai il nuovo Claudio Arrau, ma avrà imparato ad amare qualcosa.
Ed allo stesso modo bisogna insegnare ad amare la cultura, a tutti. È un dovere morale, ed un piacevole diritto.

Detto ciò, mi sento in dovere di fare un’ulteriore precisazione. Voglio sottolineare infatti come la “colpa” di questo apparente abbandono della cultura umanista sia di entrambe le parti che citavo prima, ma voglio anche mettere in chiaro che, a mio parere, gli insegnanti, di questa colpa, ne hanno un pochino di più, se non altro perché sono persone adulte e – si presume – preparate nell’affrontare il loro mestiere, e che da questo loro status dovrebbero trarre le forze per preparare le giovani generazioni e fargli capire che la cultura umanista è bella ed attuale.

Dovrebbero spiegare, inoltre – e differentemente da quello che fanno alcuni politici – che non è vero che la cultura è qualcosa che non porta da nessuna parte, che “non riempie la pancia”, come spesso si sente dire. Bisogna far capire che il primo passo per crescere, per andare avanti, per avere i mezzi di cui vivere, è proprio la cultura, e stavolta ne parlo in ambito generale, non solo umanistico. Il sapere, e l’amore per il sapere, portano sempre da qualche parte.

In chiusura, poi, mi piacerebbe spezzare un ulteriore lancia in favore dei giovani.

Forse le parole di Lodoli potranno anche rispecchiare una parte della società, ma non credo che sia vero che questi “ragazzi di oggi” siano così distanti dalla cultura umanista. O per lo meno lo spero…

Neri.

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