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Da qualche tempo a questa parte sono arrivato a pormi la domanda che vedete nel titolo, e sinceramente non sono riuscito a trovare una risposta soddisfacente. Non che sia una domanda d’importanza esistenziale, ma sono convinto che trovarvi una soluzione interessante possa aiutare a migliorare le capacità di scrittura (e di lettura) di alcuni di quelli che leggeranno questo articolo, compreso il sottoscritto che lo sta postando.

Ad ogni modo, procediamo con ordine. Se dovessi affrontare la questione in termini puramente temporali – e non posso esimermi dal farlo, almeno all’inizio – la risposta ricadrebbe immediatamente sulla parola “lettore”, in quanto ho iniziato a leggere ben prima di iniziare a cimentarmi nella scrittura.

Ma può la questione ridursi ad una faccenda meramente temporale? Direi di no.

Innanzitutto c’è da considerare l’evoluzione che un individuo può subire durante il corso della vita, e nel caso di chi si cimenti a scrivere non può che influire sul suo modo di leggere.

Ma questa mutazione porta ad un’inversione dei ruoli di lettore e scrittore?

Personalmente ritengo che non si operi una vera e propria inversione, ma che i due ruoli si avvicinino in maniera considerevole. Quando si è solamente lettori, infatti, il nostro tipo di lettura si sofferma sui contenuti che vogliamo trarre dal libro (o altro) in questione, analizzandone ovviamente i contenuti, lo stile ed altre cose, ma in un modo che definirei libero, senza alcun “doppio fine”.

Quando però si raggiunge lo status di scrittore (inteso come essere che scriva di qualcosa con cognizione di causa), le cose cambiano. Potremmo dire che con l’avvento di questa nuova definizione, sia essa in essere o in divenire, il ruolo del lettore si evolve, aggiungendo alle sue precedenti caratteristiche una volontà di ricerca e di “assorbimento” non da poco.

Mi spiego meglio.

Partendo dalla mia esperienza personale (e sarei ben felice se mi faceste conoscere altri scenari) posso affermare che dopo il passaggio di cui sopra si diventa qualcosa che i giorni nostri definirebbero sicuramente “scrittore 2.0”.

Sì, mi rendo conto di quanto sia orripilante questo accostamento, ma credo che renda l’idea, e sono altrettanto sicuro che chiunque fra di voi sia uno scrittore abbia capito di cosa parlo. Parlo dell’assorbimento, di quella volontà di carpire all’uomo o alla donna che stiamo leggendo ogni segreto della sua arte, analizzando l’uso che fa della punteggiatura, il modo in cui tratteggia i personaggi, la sua capacità di descrivere gli ambienti e così via.

Tramite questo processo ci si immerge in una nuova dimensione della lettura (a volte frustrante in quanto toglie un po’ di magia) che se sicuramente è propria anche di molte persone che non scrivono, non so quanto possa non esserlo di coloro che invece lo fanno.

A questo punto verrebbe da pensare che questa mia riflessione orienti la risposta verso l’inversione, facendo di me prima uno scrittore e poi un lettore, e invece no.

Perché? Perché se da un lato ho fatto avanzare la figura dello scrittore, rendendola centrale nella lettura, come posso non fare la stessa cosa all’inverso?

Chi di voi, nello scrivere, non attinge al bagaglio accumulato in anni di lettura? Credo che nessuno possa scrivere (con dei risultati degni) senza aver mai letto, quindi se prima avevo decretato che l’io scrittore influenzava la lettura, ora non posso che rendermi conto che contemporaneamente l’io lettore ha lo stesso influsso sulla scrittura.

Quindi, tirando le somme, sembra che sia impossibile trovare una risposta, e sembrerebbe quasi che questo articolo sia un gioco retorico, ma così non è. Vuole soltanto essere uno spunto di riflessione e di indagine per voi, nonché per me stesso.

Tuttavia, siccome il titolo presenta una domanda, mi sento in dovere di darvi la mia personalissima risposta: sono un appassionato di scrittura.

Ecco qui la mia definizione, uno stratagemma per mascherare il fatto che non saprei realmente rispondere. Ma vi svelo una cosa: questo stratagemma l’ho imparato da un libro.

 Neri

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